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martedì 8 settembre 2015

Ottavio Munerati un genetista della bietola da zucchero di fama mondiale, ma pressoché sconosciuto in patria

di Alberto Guidorzi


Ottavio Munerati
 La nascita dell’industria saccarifera italiana

Credo che prima di parlare della figura di Ottavio Munerati, che nacque a Costa di Rovigo nel 1875 e morì a Rovigo nel 1949, occorra fare un breve excursus su come è nata la coltura della barbabietola da zucchero e la relativa industria.

La canna da zucchero in circa 1500 anni si era trasferita dal lontano Oriente alle colonie tropicali del Nuovo Mondo, passando per il Mediterraneo. Nel XVIII sec. era la sola pianta che riforniva l’Europa di zucchero, una derrata preziosa da sempre per la valenza medicamentosa allora attribuitagli ed i cui consumi stavano aumentando per la diffusione di bevande zuccherate (the e caffè). Chi non possedeva colonie in zone tropicali dipendeva praticamente dalla sola Inghilterra per il fatto che essa dominava in parte la produzione ma soprattutto i trasporti. Il primo che pensò di dotare il suo paese di una pianta saccarifera indigena fu Federico Guglielmo III di Prussia, seguito da Napoleone I, quando decise il blocco dei porti europei all’attracco delle navi inglesi nel 1806. Con Napoleone si cominciò a parlare di industria saccarifera anche in Italia (il primo zuccherificio sorse a Borgo San Donnino, l’attuale Fidenza, nel 1811).
Con la caduta dell’imperatore tutto si fermò anche se si registrarono tentativi di riprendere la coltura nella vicinanza delle più popolose città (Roma e Napoli) nel decennio 1850/60. Si commise però l’errore di copiare il ciclo biologico che la pianta svolgeva nei climi temperati del Centro Europa, mentre le nostre condizioni pedoclimatiche non lo permettevano (crisi di estivazione che faceva perdere lo zucchero accumulato in precedenza e terreni argillosi, inadatti agli escavi autunnali che avvenivano in coincidenza con il massimo precipitativo annuale). Per inciso si ricorda che la bietola da zucchero è una pianta resa biennale che nel primo anno ingrossa la radice mentre nel secondo produce lo scapo fiorale, per cui lo sfruttamento industriale della radice avviene alla fine della vegetazione del primo anno di coltivazione. Il primo tentativo riuscito di trasformazione industriale fu a Rieti nel 1875 e da qui si comprese che l’Italia, ormai stato unitario, non poteva rinunciare ad una pianta in grado di dare origine alla prima agroindustria e relativo indotto e che inoltre poteva rimpinguare le casse dello Stato con l’applicazione di accise sul consumo dello zucchero. Infatti, il primo nucleo sostanzioso di zuccherifici venne costruito in pianura padana a cavallo del XIX e XX sec. ma i succitati problemi tecnico-agronomici rimasero purtroppo tutti irrisolti.

L’opera di Munerati

E’ in questo contesto che Ottavio Munerati (vedi foto), laureatosi in agraria a Portici nel 1900, viene chiamato alla cattedra ambulante di Rovigo (in precedenza tenuta da Tito Poggi) ed è qui che ha il primo contatto con la barbabietola da zucchero e che intuisce il grande contributo che la coltivazione di questa pianta poteva apportare al progresso tecnico, economico e sociale del mondo agricolo di quel tempo. Già nel 1908 pubblica la “coltivazione della bietola zuccherifera italiana” che rimarrà come manuale consultato per molto tempo. Egli si rese conto ben presto che al fine di mantenere una “sarchiata” come la bietola negli ordinamenti colturali del tempo era essenziale l’azione di miglioramento genetico della pianta, che fu intrapresa contemporaneamente alla fondazione della Stazione di Bieticoltura. Per inciso tale stazione non aveva una sede ad hoc, quella che noi vediamo ora entrando in Rovigo dalla statale polesana e che, costruita nel 1951, versa ormai in completo disuso e abbandono. La sede di Rovigo fu infatti costruita postuma rispetto al professor Munerati e grazie ai fondi del piano Marshall, che i genetisti statunitensi vollero venissero stanziati in omaggio e riconoscimento al professore per la collaborazione disinteressata offerta agli istituti di ricerca americani durante la sua fervente attività.
Ho parlato di disuso e abbandono della stazione, ma ciò che più mi preme far conoscere è l’incuria in cui è lasciata la ricchissima biblioteca che il professore aveva accumulato nel suo quasi mezzo secolo di attività scientifica e che testimonia i contatti con tutte le nazioni dove si coltivava la chenopodiacea da cui attinse pubblicazioni originali e poté procurarsi altresì i migliori libri di agronomia e tecnologia del tempo.
I problemi che interessavano la coltivazione della bietola in Italia erano la tendenza all’annualità della bietola e quindi il non poter sfruttare l’accumulo di zucchero nella radice al primo anno, e una malattia, la Cercospora beticola che, defogliava la pianta ancora in vegetazione. Ma, adesso dobbiamo attribuire al professore anche il merito di avere selezionato del materiale che già includeva dei geni che in seguito contribuirono alla trasformazione del seme della bietola da plurigerme a monogerme e a renderla resistente ad una malattia virale conosciuta sotto in nome di “rizomania”, perché si caratterizzava per la proliferazione di una abbondante capillizio radicale e per contenuti zuccherini percentuali della radice molto bassi.
Per descrivere ciò che Munerati studiò e selezionò mi avvarrò qui di seguito dei brani tratti da uno scritto di Enrico Biancardi, ultimo direttore della Stazione di Rovigo, diventata da tempo sezione staccata dell’Istituto delle piante industriali di Bologna.
Resistenza alla cercospora. Non è dato sapere quando iniziò il lavoro di selezione e su quali basi, infatti il Professore ha lasciato delle pubblicazioni ancora attuali, ma poco si è saputo dai suoi appunti e annotazioni di campagna che furono dispersi durante l’ultima guerra; è però sicuro che già nel 1925 egli possedesse delle linee resistenti alla malattia il cui seme mise a disposizione per prove sperimentali negli USA. Sicuramente l’origine era quella di progenie d’incrocio con la bietola selvatica Beta maritima che cresceva spontanea, ed ancora cresce, lungo l’argine del Po di Levante. Aveva capito l’importanza di appropriarsi di geni presenti nella specie spontanea ed ecco la ragione per cui si reputa che conoscesse le leggi di Mendel riscoperte nel 1903. Egli quindi selezionò la beta maritima per eliminare le caratteristiche selvatiche (radice poco fittonante e tendenza all’annualità). Fu un lavoro certosino per le conoscenze di allora, ma in qualche modo Munerati riuscì ed ottenne linee coltivabili seppure tardive, con contenuto zuccherino più elevato e che resistevano alla cercospora, al secco ed al mal del cuore. Fu talmente interessante questo lavoro che con il seme inviato in USA in pochi anni riuscirono a migliorare le rese in California, dove imperversava il Curley top o mal del cuore, in Colorado e in Michigan. Degno di nota è che il professore nel 1946 in uno scritto sminuì questi risultati ascrivibili a lui, dicendo che era solo un “modesto contributo” mentre noi ora sappiamo che dopo 80 anni è il solo contributo esistente per la resistenza alla cercospora. Considerando modesto il contributo egli consigliò sempre anche di trattare chimicamente, ma ora noi possiamo dire che aveva già intuito il concetto di lotta integrata.
Resistenza alla prefioritura. I suoi lavori innanzitutto evidenziarono la base genetica del fenomeno, ma anche l’influenza delle pratiche agronomiche (epoca di semina e concimazione). Egli cominciò a delineare anche il bisogno di vernalizzazione per ottenere la salita a seme. Tra il materiale a sua disposizione osservò linee che non salivano a seme anche dopo tre anni, anche se poi perdevano questa caratteristica; tuttavia da ciò ne dedusse la possibilità di poter seminare la bietola in autunno e approfittando della selezione naturale dell’anno 1928 che mandò a seme al primo anno il 30% delle bietole seminate, ritrovò alcune linee che invece avevano prefiorito solo per il 2 o 3%. Fissò i caratteri con la selezione e proprio queste linee servirono per le prime prove sperimentali di semina autunnale nel 1952 nel Sud dell’Italia e incentivarono gli investimenti per creare una bieticoltura ed una industria meridionale.
Monogermia genetica. In natura la bietola contiene un seme (glomerulo) che contiene 3,4 o più embrioni che alla germinazione sviluppavano piante addossate le une alle altre. Ciò faceva sì che dopo qualche tempo dall’emergenza occorresse percorrere in ginocchio e fila per fila i seminativi per eliminare le piante in eccesso. Munerati dedicò molta attenzione ad alleviare la penosa pratica del diradamento selezionando piante che portavano glomeruli con meno embrioni. Inoltre, seguendo l’evoluzione della problematica nei vari Stati bieticoli, nel 1946 venne a sapere dei lavori di Victor Savitsky che già dal 1934 aveva cominciato a selezionare la monogermia genetica in Russia. Subito dopo la guerra il genetista russo lasciò la Russia ed emigrò in America ma evidentemente lasciò il frutto del suo lavoro nel paese natale, e quindi ricominciò la ricerca nella nazione di adozione. Savitsky conosceva bene il materiale del genetista italiano e quindi andò a cercare il gene della monogermia nelle selezioni derivate dal materiale italiano e precisamente nella varietà Michigan Hybrid 18, ricavata da una varietà polacca e portatrice della resistenza alla cercospora di origine italiana. Trovò infatti 5 bietole con buone percentuali di fiori isolati e dalla bietola siglata SLC 101 è derivata la monogermia genetica che ha cambiato la coltivazione introducendo la semina di precisione e la meccanizzazione completa della coltivazione, un’innovazione questa che ha salvato la coltura nel mondo. Noi italiani dopo la morte del professore lo collocammo nell’oblio, mentre gli americani inviarono a Rovigo già nel 1950 ed a riconoscimento dei meriti del genetista italiano un campione di semi della linea monogerme suddetta. Ma noi non ne approfittammo per nulla anche se avremmo avuto la priorità.
Resistenza alla rizomania. Già nel 1915 Munerati fotografò una bietola con una radice avvolta da una abbondante peluria ed a questa malformazione diede il nome di “rizomania”. Si trattava di una gravissima malattia il cui patogeno, scoperto 40 anni dopo, era il virus BNYVV, trasmesso dal fungo del terreno Polymyxa betae. E’ stata una malattia che nel dopoguerra rivoluzionò il bacino importantissimo della bieticoltura veneta, dove maggiore era stata l’intensificazione e che poi man mano si sparse in tutta la pianura padana, in Europa ed in altre plaghe bieticole del mondo. Con la malattia la produzione ponderale era compromessa e il contenuto zuccherino nelle radici era fortemente diminuito al punto da renderne impossibile l’estrazione. Essendo un virus, solo la resistenza genetica poteva debellare il flagello e quindi iniziò la corsa alla sua ricerca. La prima resistenza fu trovata nel materiale Alba della ditta sementiera italiana omonima e che aveva attinto molto materiale dalla Stazione di Rovigo e, nei primi anni ’80 venne realizzata la prima varietà italiana veramente resistente da parte del Dr. De Biaggi, la varietà “Rizor”, che fu commercializzata ovunque fosse presente la malattia. Qualche anno più tardi negli USA venne scoperta un’altra resistenza, che per distinguerla da quella di tipo Alba venne denominata “tipo Holly” e si dimostrò molto simile a quella del Rizor. Successive analisi del DNA permisero di scoprire che sia la resistenza di tipo Rizor che quella di tipo Holly portavano ambedue a materiale selezionato da Munerati.

Considerazioni conclusive

Questa grande eredità lasciataci da Munerati è riconosciuta ovunque all’estero, mentre in Italia l’uomo, seppure alla memoria, non è stata mai adeguatamente riconosciuta. Avendo svolto gran parte della mia attività nel settore bieticolo-saccarifero come agente di ditte sementiere estere, posso testimoniare che gli stranieri che ho accompagnato in Italia mi hanno sempre chiesto di poter visitare la stazione di Rovigo al fine di omaggiare la figura di una persona da loro reputata un grande scienziato. Noi in Italia abbiamo atteso il 1999 (cinquant’anni dopo la morte) per apporre una targa commemorativa sul frontespizio della porta di entrata della casa natale di Munerati a Costa di Rovigo ed il padrino fu uno straniero che ben volentieri accettò di farlo per omaggiare il genetista italiano.

Occorre a questo punto dire che, eccezion fatta per la succitata varietà Rizor, le nostre tre ditte sementiere specializzate in miglioramento della barbabietola da zucchero e che erano di proprietà delle tre più importanti società saccarifere, non hanno saputo convenientemente sfruttare i materiali della stazione di Rovigo, cui avevano accesso in via prioritaria. Ciò spiega a mio avviso il fatto che tali ditte sementiere non siano sopravvissute alla successiva debacle del settore bieticolo saccarifero italiano, avvenuta nel 2005.  



Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureto in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza.  Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez  come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente   ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

2 commenti:

  1. Aspettavamo con molto interesse questo articolo di Alberto Guidorzi e l'interesse è stato ampiamente soddisfatto.
    L'accantonamento post-mortem di Munerati ricorda quello di altri grandi agronomi che hanno modernizzato la nostra ricerca agraria agli inizi del '900, primo tra tutti Nazareno Strampelli, il quale - Alberto ha giustamente citato Rieti come primo sito saccarifero italiano - durante la Prima guerra mondiale, si occupò proprio di bieticoltura, come ricorda lo stesso agronomo genetista nel suo volume "Origini, sviluppi, lavori e risultati" (1932):
    "...ricorderò come durante la Grande Guerra, per incarico avutone dalla Società Italiana per la Produzione dello Zucchero Indigeno, io mi sia occupato della produzione del seme di barbabietola da zucchero, rendendo possibile al mio Paese di supplire, così, alla importazione del seme di barbabietola che era venuta a mancare; ma a guerra finita, cessata la ragione che mi aveva indotto ad accettare tale incarico, io lo declinai senz’altro, non rientrando esso fra i compiti delle istituzioni da me dirette".
    Ultima considerazione. Alberto scrive ad un certo punto che "poco si è saputo dai suoi appunti e annotazioni di campagna che furono dispersi durante l’ultima guerra".
    Siamo sicuri che, visto l'interesse degli americani per il lavoro di Munerati, i suoi appunti non siano stati trafugati proprio da quest'ultimi, in quel contesto di "collezionismo" di materiali pregiati d'interesse agricolo di cui ho già avuto modo di scrivere in un mio precedente articolo ("Guerra fredda e ruggini del grano")?
    Sergio Salvi

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  2. Sergio non si può escludere, anche perchè tutti gli eserciti hanno sempre avuto delle unità specializzate nell'accaparramento di segreti industriali dei paesi occupati ed in questo compito erano in "guerra" anche con gli alleati. Tuttavia a quanto mi dice mio figlio, creatore del Museo della II guerra mondiale sul fiume Po di Felonica (MN) e studioso dei movimenti delle truppe durante la ritirata, per Rovigo sono transitati gli inglesi e le truppe del Commonwealth. La congiunzione tra la V armata americana e la VIII inglese era Sermide (il mio paese). La prima è passata a ovest e la seconda ad est. E' certo che, essendo Munerati sopravvissuto al passaggio della ritirata tedesca e avanzata alleata, se i suoi appunti avessero solo fatto oggetto di accatastamenti disordinati egli li avrebbe messi in ordine. Altro aspetto è che il trasferimento dalla vecchia sede alla nuova sede è avvenuto dopo la morte di Munerati.

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