martedì 8 novembre 2016

L'agricoltura più arretrata, patrizi e borghesi avversi a ogni progresso - Per una storia dell’economia agraria italiana

 

di Antonio Saltini


Rileggendo, per gli ultimi ritocchi, i sette volumi dell’edizione inglese delle Scienze agrarie, Antonio Saltini si è trovato di fronte alle anomalie e contraddizioni dell’economia agraria italiana tra i Settecento e il Novecento, mai affrontate con coerenza politica, mai risolte. Le connessioni con il disastro economico attuale del Paese sono tanto numerose, cogenti e inquietanti da imporre di riflettervi, un proposito cui Saltini adempirà, se ne reperirà il tempo, con una serie di pagine libere da qualunque ordine schematico.



Foreign cows Batavier & Rotterdam ship, 1865.  Biblioteca Anna Chiara Saltini.



Conversate con gli Italiani, in treno, nella sala d’attesa di un medico, di un avvocato, di un commercialista.
Può capitarvi anche nella coda che avanza, oberata da immensi agglomerati di bottiglioni di plastica, verso la cassa del supermercato. E’ praticamente impossibile troviate un solo interlocutore che non sia lucidamente consapevole di vivere in un paese in preda al collasso, non ne troverete nessuno che non ne identifichi precisamente la causa: una classe politica che gode, ormai, sull’intero planisfero, dei gloriosi primati dell’opportunismo, dell’avidità, di una radicale, irreparabile ignoranza (chi ha eseguito l’analisi linguistica e giuridica dei testi di legge degli ultimi anni proclama che sono redatti, palesemente, da chi avrebbe dovuto essere respinto all’ultimo scrutinio di quinta elementare, poi la mamma ha ottenne la promozione giurando che avrebbe fatto il gommista).
Ma la constatazione forse più tragica consiste, probabilmente nel verificare che, abbinata a tanto lucida percezione, nessuno dei vostri interlocutori esprima l’intenzione, quanto si voglia nebulosa, di fare, personalmente, alcunché per arrestare la catastrofe certa: unirsi in un gruppo di opposizione, sostenere strumenti per una diversa informazione, promuovere dibattiti che penetrino le ragioni dell’avversione degli Italiani per chi li governa, una viltà che radica in deputati e portaborse il convincimento mirabilmente espresso da Caligola (“oderint, dum metuent), che nell’italiano di Montecitorio, potrebbe essere tradotto: “Mi odiano perché credono che guadagni troppo? Io li ripago continuando a fregarli, convertendo il denaro pubblico in ville, conti alle Kaiman, vitalizi. Possono invidiarmi quanto gli pare. Tutti i vinti hanno sempre odiato i vincitori!
Riflettere sulla catastrofe prossima ventura significa, necessariamente, interrogarsi sulla sua genesi ed il progredire secolare della patologia politica ed economica che, inarrestata, ne è stata la conseguenza. Per chi ha dedicato lunghi anni a penetrare la storia dell’economia italiana dal Settecento ai secoli successivi, l’economia di un paese che non disponeva di risorse diversa dalla propria agricoltura, quella riflessione non può non tradursi nell’analisi delle anomalie dell’agricoltura nazionale, che, tenacemente difese dalle classi al potere, avrebbero continuato a generare orchi (il sonno della ragione, è stato scritto, genera mostri) fino ai mostriciattoli che si raccolgono, quando gli paia e gli piaccia, a Montecitorio.
Non mancano spiriti patriottici che vantino uno sfolgorante Illuminismo italiano. In realtà rispetto all’aristocrazia e alla borghesia francese, britannica, tedesca ed austriaca, protagoniste di un’autentica rivoluzione culturale, matrice della Rivoluzione Agraria moderna e dei primordi di quella Industriale, i nomi dei protagonisti italiani dell’Illuminismo europeo si contano sulle dita di due (?) mani, mentre l’intero ceto borghese era composto da negozianti che sfruttavano, come sorci in una forma di parmigiano, le mutevoli opportunità dell’agricoltura. Dalle memorie dell’unico governatore napoletano che abbia tentato, in cinque secoli, di imporre la legalità a Palermo, il marchese Domenico Caracciolo, risulta che una pletora di principi, duchi e marchesi palermitani fosse analfabeta, una circostanza che, verosimilmente, si dilatava fino a Roma. Firenze (e l’annessa Pisa) vantavano primati europei, dall’esigua risonanza nazionale. Le glorie dell’aristocrazia italica più celebrata per il contributo alla cultura settecentesca, quella lombarda, sono state immortalate da Giuseppe Parini, dei cui versi sarebbe superfluo qualunque commento. Il Piemonte era una caserma, un ambito in cui la cultura non si diffonde agevolmente, soprattutto quella scientifica.
Da Palermo a Torino, nei palazzi patrizi la medesima sordida ignoranza, ma in quei palazzi, l’ostentazione del medesimo sfarzo: porcellane francesi, argenti inglesi, tessuti olandesi, biblioteche ricolme di tesori (così imponeva la moda, anche se un tomo solo fosse mai stato letto). Chi abbia seguito, dall’inizio, il filo di queste annotazioni, reputo sia costretto a rivolgere all’autore una domanda inequivocabile: Come potevano costoro essere tanto ricchi se l’economia nazionale, che abbiamo identificato come economia agricola, era tanto arretrata? La risposta, che reputo chiave essenziale della storia d’Italia, è paradossalmente banale: le condizioni climatiche consentivano all’Italia numerose produzioni di autentico pregio, oggetto di lucrose esportazioni.
Era, aritmeticamente, sufficiente, che tutto il ricavato fosse trattenuto dal signore (conte o semplice borghese), costringendo i contadini al perenne confronto con la fame, perché il prodotto di cinquanta poderi (la dimensione della “fattoria” patrizia in Toscana, dove 500 contadini non avrebbero mai cambiato le scarpe nel corso della via), consentisse al fattore, demandato, sui medesimi colli, dei medesimi compiti del predecessore che aveva governato, al tempo di Tiberio, una villa coltivata da schiavi, di condurre al mercato tanto vino, olio, cacio, agnelli e vitelli da ricolmare i forzieri di palazzo di un profluvio d’oro e argento.
Al quadro non può mancare una pennellata sul ruolo dell’alto clero. Tutte le famiglie aristocratiche italiane erano impegnate nella guerra senza tregua per assicurare ad un figlio cadetto la porpora cardinalizia, che si sarebbe tradotta in un beneficio abbaziale o diocesano, i cui campi e boschi, già depredati da decine di predecessori, sarebbero stati posti a ferro e fuoco per stappare alla terra l’ultimo filo d’erba, così da non mancare al sacro dovere (per un uomo di chiesa inviolabile) di arricchire i nipoti. Ludovico Muratori, il maggiore filosofo e teologo del secolo, stilò un rapporto di agghiacciante realismo sulla dissipazione di ricchezza collettiva perpetrata sui latifondi ecclesiastici, e l’inviò a un pontefice non privo di prestigio, papa Lambertini, che pare averlo affidato a qualche archivista con l’ordine che con comparisse mai più.
Concludo questi rilievi sulla ricchezza di un’agricoltura arretrata grazie all’espropriazione di chi vi lavorava non tanto del superfluo, ma di quanto fosse indispensabile alla vita, ricordando che la metà dell’Ottoceno è l’età delle “inchieste agrarie”. L’utilizzazione della caldaia a vapore attraverso le praterie americani e gli oceani (ferrovie e piroscafi a elica), la sua combinazione con la nuova meccanica nella realizzazione della trebbiatrice a “punto fisso”, associata ad un congegno geniale ancora affidato alla forza equina, la mietitrice a traino, consentono ai farmers americani l’autentica soggiogazione dei mercati europei dei cereali, con il conseguente crollo dei prezzi e la contrazione delle rendite di tutti i produttori di cereali del Continente, dai grandi latifondisti ai più modesti affittuari. Il grave disorientamento dei ceti rurali (compresi i proprietari patrizi o borghesi che siedono nei parlamenti) induce i governi a varare “inchiese parlamentari “ sulla crisi. Possiamo ricordare quella danese, quella olandese , quella tedesca (redattore Max Weber), quella britannica (inconcludente siccome il crollo della gloriosa agricoltura del Regno Unito era stata deliberatamente decisa dal Parlamento guidato da Pitt. E le lungimiranti reazioni francesi.
Singolarmente l’inchiesta italiana (varata dal Parlamento il 15 marzo 1877, le conclusioni presentate dal coordinatore, sen. Jacini, al Re, nel 1882 ) vanta un poso tra le prime, ma da tutte le altre la distingue l’assioma cardinale, che proclama non esistere in Italia né un problema di arretratezza tecnica dell’agricoltura né condizioni di miseria dei contadini. Mentendo (un hobby parlamentare nazionale?), Jacini giunge a negare la verità già dimostrata da medici valenti e coraggiosi: l’origine della pellagra, che nell’Italia settentrionale, l’Italia del mais, colpisce, deforma e uccide milioni di contadini, non avrebbe alcuna relazione col regime alimentare dei ceti rurali.
Espressione emblematica di ceti proprietari che usando i contadini quali veri schiavi possono vivere da grandi signori senza investire nella terra (stalle salubri, macchine, bestiame selezionato) una sola lira di quante ne estraggano, l’assioma Jacini è assolutamente speculare al fondamento logico delle inchieste danese, olandese e tedesca (il rilievo vale soprattutto per la Germania meridionale dominata dalla proprietà contadina), stilate dai grandi proprietari patrizi che siedono nei parlamenti proclamando che alla travolgente offensiva americana non esiste che una risposta razionale: l’evoluzione civile, tecnica ed economica dei contadini. Fare dei cereali che stanno affogando le campagne europee il fondamento della loro ricchezza. Il loro prezzo ne consente la conversione più vantaggiosa in uova, pollame, latticini, carne di maiale: l’unica condizione ? Il know-how contadino. Così, mentre un senatore cremonese dai titoli patrizi spergiura che la polenta di mais avariato è il più sano degli alimenti, i comitati parlamentari danesi e tedeschi stabiliscono l’obbligo dell’istruzione elementare, istituiscono, per gli adulti, scuole serali di caseificio e avicoltura, finanziano, soprattutto, grandi progetti universitari per disporre, nei tempi più brevi, del personale scientifico del livello più elevato da collocare nei nodi del complesso sistema di cui è stata deliberata la nascita (nata dall’inchiesta olandese, Wageningen è tuttora una delle facoltà di agraria più prestigiose dello scenario internazionale).
Paradossi della storia: la Gran Bretagna, patria della Rivoluzione agraria moderna, dove l’agricoltura è stata immolata, da Pitt, alle esportazioni meccaniche, viene invasa dalle uova di cui li operosi paysans bretoni ricolmano, durante la notte, interi vapori, che le sbarcheranno, all’alba, ai docks dei grandi centri britannici, primo tra tutti Londra. Un’invasione cui la stampa britannica reagirà, dando scarsa prova di humour, con la più astiosa gelosia.




Antonio Saltini 
Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi.  www.itempidellaterra.com .

1 commento:

  1. Saverio Filippelli9 dicembre 2016 08:47

    Analisi perfetta, cristallina.

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