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giovedì 15 dicembre 2016

Il Pane fatto in casa con i “frumenti antichi”

di Alberto Guidorzi


Vista la prosopopea concui i media ci parlano di grani antichi e di pane di una volta, vorrei riportare un mio ricordo d’infanzia di appena finita la guerra. I contenuti qui di seguito riportati appartengono in massima parte al mio libro “La vita nei campi”, scaricabile gratuitamente da (qui) e di cui farò una lettura critica.
La consuetudine dell’Oltrepo mantovano è di produrre e consumare “il pan ritorto”, un pane di tipo ferrarese che si rifà a panificazioni d’epoca medioevale e rinascimentale.



Il pan ritorto o coppia
Rivado con la memoria a quando raccoglievo informazioni per scrivere il libro: ero seduto assieme a mia madre (deceduta nel 2013) nella corte interna dietro la mia casa in campagna in cui abito da sempre e sto osservando il vecchio forno (già presente in un documento rogitale del 1817) inserito in una costruzione particolare che fungeva anche da colombaia. Mia madre ricorda i momenti difficili della guerra e me li rievoca. Mi spiega come si era obbligati a fare il pane in casa e come in quel forno lo si cuoceva.
Io a quel tempo ero bambino, ma il ricordo di quella pagnotta d’impasto bianca, liscia, dura, con una croce incisa sopra e conservata da mia nonna in una scodella nel cassetto della credenza, è ancora ben presente in me. Essa non era altro che “l’alvadór” (che tradotto letteralmente in italiano significa l’alzatore) o come si preferisce chiamarlo oggi pomposamente “lievito madre”, in pratica una piccola parte dell’impasto lievitato che era servito per fare il pane 10 o anche 15 giorni prima. Tale era, infatti, l’intervallo tra due panificazioni (scaldare il forno era costoso) perciò era anche la durata imposta al lievito madre e pure il periodo di tempo che doveva durare il pane di una infornata. Quindi il pane fresco e profumato che molta gente ricorda, al massimo lo si mangiava per un giorno, oppure solo qualche pezzetto come leccornia dopo averlo sfornato e raffreddato. Infatti, non era infrequente che la massaia preferisse fare il pane nuovo 2 o 3 giorni prima che finisse il vecchio e poi chiuderlo a chiave per continuare a mangiare quello dell’infornata precedente. Non era sadismo ma semplicemente un’economia perché si evitava che con in tavola del pane fresco e fragrante se ne approfittasse e se ne mangiasse troppo, mentre continuando a mangiare pane vecchio esso finiva quando anche l’altro si era indurito. Non era infrequente che negli ultimi giorni il pane vecchio arrivasse in tavola duro come un mattone e ammuffito. Credete voi che lo si buttasse? Certamente no! Si grattavano le ife delle muffe e poi diveniva commestibilissimo.
La pagnotta d’impasto conservata dunque era una fonte di lieviti fermentativi ed era indispensabile per innescare la lievitazione dell’ impasto nuovo. Nel pomeriggio antecedente al giorno destinato alla nuova panificazione, la pagnotta di lievito madre era tritata e stemperata in acqua tiepida e con questa poltiglia si impastava un po’ di farina . Questo impasto nuovo era conservato fino alla mattina dopo in luogo caldo (nella madia d’estate o avvolto in un panno e posto in stalla d’inverno affinché i lieviti si moltiplicassero, con tutto quello che ne conseguiva in termini d’igiene).
All’alba l’impasto era spezzettato su un certo quantitativo di altra farina, poi si aggiungeva acqua e si procedeva a formare un impasto unico. Le farine che si ricevevano dal mugnaio erano spesso frammiste a una parte dei tegumenti del chicco e quindi di norma si era provveduto al setacciamento per fare il pane con il solo fior di farina. Tuttavia questo lo faceva chi se lo poteva permettere perché molti altri usavano le farine tal quali e nelle zone più povere queste evenivano allungate con sfarinati vari, per cui quando andava bene si molivano anche altri cereali a paglia (orzo, segale) oppure si miscelava farina di mais, patate sfarinate o addirittura farina di castagne; erano anche conosciute molte piante spontanee che avevano organi di riserva tali da poter essere sfarinati, per cui erano raccolti e moliti appunto per allungare le farine. Io non ho mai conosciuto tali sostitutivi della farina di frumento perché nelle terre dell’Oltrepo si produceva abbastanza, ma qualche lettore che viene dalle nostre montagne ben conosce quanto ho riferito. Era in questo momento che chi disponeva di strutto lo scioglieva e lo versava per ottenere pane condito, ma erano solo i ricchi che se lo potevano permettere (occorreva allevare il maiale) e quindi tutti gli altri, ed erano la maggioranza, si accontentavano di pane scondito (è appunto l’attuale “pane comune” che più nessun forno produce perché nessuno lo compera e sul quale si calmierano i prezzi del pane….). Dunque il pane di una volta era “tanto buono” che l’ugual pane comune di oggi nessuno vuol mangiare !!!!  Iniziava dunque la lavorazione dell’impasto ed era la fase più faticosa del fare il pane, perché si usavano le mani e a volte perfino i piedi ed alla fine ci si faceva aiutare da uno strumento detto gramola da pane.

 
La gramolatura dell’impasto
Una lunga lavorazione era obbligatoria per conferire alla massa quell’”energia” che serviva per strutturare la parte proteica delle farine. Questa parte proteica è il glutine e senza percentuali adeguate di questo componente naturale non si mangia pane ben lievitato. Ora è giusto che si sappia che i frumenti teneri di quel periodo e con il solo letame come concime si limitavano ad avere percentuali di proteine di massimo 8-9% (oggi siamo a 11-12%). Oggi un frumento con 8/9 di proteine è classificato come “non-panificabile” e nessun mulino lo compra e tanto meno il fornaio. E’, infatti, impossibile ottenere un pane mangiabile con 8/9 % di parte proteica. Non si dimentichi poi che la forza della farina, indicata con la lettera “W”, negli anni ’50 era 80/100, mentre oggi siamo a 150/180 come minimo nei frumenti di buon valore panificatorio; una volta esisteva “il frumento” oggi esistono “6 categorie di frumento” per cui si va dal frumento foraggero (impanificabile) a quello di forza (che serve a correggere le farine, tra cui il famoso Manitoba) . I frumenti degli anni a cavallo della guerra sono poi i tanto decantati “grani antichi di oggi” e nella sostanza sono letteralmente scomparsi, restando di loro solo il nome; dunque chi parla di seminare Cappelli, Frassineto, Autonomia, Verna ecc. semina solo un nome ma la semente e la farina che se ne ricava sono totalmente diverse dall’originale. Tale dunque era il “buon pane di una volta”, anche perché oggi abbiamo impastatrici che lavorano molto meglio l’impasto, ma una volta la sola forza di braccia (metaforicamente chiamata “unto di gomito”) non sempre era sufficiente a ben strutturare le poche proteine. Comunque l’impasto lavorato doveva lievitare e aveva bisogno di tempo e di un ambiente con adeguata temperatura; d’estate il calore non costava, mentre d’inverno il crearlo costava soldi e quindi di nuovo la stalla (luogo caldo per eccellenza grazie al calore animale) era il luogo deputato. Spieghiamo cosa significa lievitazione: i lieviti che sono dei microrganismi presenti nell’aria ed ora sono prodotti dai lievitifici usano parte dell’amido depolimerizzato delle farine come combustibile per riprodursi e la reazione chimica che avviene in ambiente anaerobico a carico del glucosio (prodotto finale della depolimerizzazione dell’amido svolta dagli enzimi) porta alla formazione di alcol etilico e anidride carbonica. E’ l’espansione di questo gas che fa lievitare l’impasto, ma perché l’aumento di volume rimanga stabile e duraturo, il gas deve rimanere confinato nell’impasto; chi lo confina sono le proteine che con l’energia introdotta con la lavorazione manuale o meccanica si sono disposte a rete e in questo modo agiscono come tanti “palloncini gonfiabili della gomma da masticare” per cui tutti assieme formano l’alveolatura finale del pane.
Finalmente, dopo la conclusione della lievitazione della massa impastata e lavorata, il pane era pronto per essere messo in forma e le forme che si producevano erano quelle che sono mostrate nella foto iniziale. Da questo momento in poi si svolgeva la lievitazione finale delle forme messe a riposare e iniziava il riscaldamento del forno. Nella pianura padana non è che ci fosse abbondanza di legna e quindi occorreva usare l’esistente, per cui chi era proprietario di un pezzo di terra questo era delimitato da siepi quasi sempre spinose (era un deterrente contro i furti) le potava in inverno e ne faceva le fascine da conservare. Chi invece non poteva disporre di fascine o le comprava oppure durante la buona stagione raccoglieva tutto ciò che era combustibile (sterpi, radici di piante di granoturco e pure di medicai rivoltati, ecc.). Il forno era pronto quando i mattoni di argilla cotta della volta, inizialmente neri di fuliggine, divenivano di colore rosato; comunque si dovevano raggiungere i 200/250 °C, che è una temperatura non indifferente. Era dunque arrivata l’ora di infornare il pane che aveva più o meno ben lievitato: si accostavano le braci intorno alla base della volta, si spazzolava il piano di cottura, anch’esso un selciato di mattoni e si mettevano delle pentole colme d’acqua per saturare l’atmosfera di vapore acqueo; infine si trasferivano le coppie di pane della figura iniziale sul piano del forno, sigillando poi il tutto. Era tale l’incertezza sulla qualità del pane che ne poteva risultare che immancabilmente si invocavano santi e madonne perché volgessero sguardo benevolo.


Il forno ristrutturato della mia casa ed io in qualità di “fuochista”

Il tempo di cottura era stabilito dall’esperienza, ma non possedendo tutti i parametri non era infrequente che lo si cavasse dal forno non del tutto cotto o eccessivamente cotto (la crosta superiore delle forme diveniva di color marron abbastanza scuro). Comunque sia nell’un caso come nell’altro non si poteva riparare: quello era il pane e quello si mangiava.
Cosa avveniva e avviene tutt’ora durante la cottura? In modo repentino si espandono i gas generati dalla fermentazione, portando come conseguenza l’aumento di volume del pane; i lieviti muoiono, l’alcol etilico formatosi durante la fermentazione vaporizza nell’ambiente, nella mollica interna della forma la temperatura raggiunge solo i 90 °C, mentre sulla crosta si toccano i 200-250; gli enzimi si inattivano, l’amido gelatinizza e le proteine si irrigidiscono ed assieme ai grassi cristallizzati (se aggiunti) concorrono a mantenere stabili gli alveoli prima formati. Sulla crosta, in presenza di temperature tanto elevate, avvengono delle reazioni chimiche che interessano zuccheri e amminoacidi delle proteine; esse vanno sotto il nome di “reazioni di Maillard” e danno luogo alla genesi delle sostanze che danno il tipico profumo del pane appena cotto. Dunque queste reazioni avvenivano nel pane fatto in casa una volta e avvengono ora nei forni industriali, per cui niente di nuovo sotto il sole. Ecco allora che chi decanta il profumo del pane di una volta (che tutti avevano la fortuna di sentire se erano presenti quando si sfornava il pane) e viceversa denigra quello di oggi (allorché non si ha più la fortuna di sentirlo perché ormai luogo di cottura e luogo di vendita sono separati) non ci si accorge che si sta rivivendo solo un ricordo sublimato dal tempo, per cui chi dice che oggi il pane non è più profumato riferisce una cosa non vera. Il profumo del pane è uguale oggi come ieri, anzi oggi l’hanno perfino creato artificialmente ed in molti forni dei supermercati lo si distribuisce per attirare il cliente. Ho avuto modo di conoscere donne di casa di famiglie contadine che si fregavano le mani quando il pane non era ben riuscito perché sapevano che era meno appetito per cui durava uno o due giorni di più.
Non tutti però disponevano del forno da pane e quindi facevano coincidere la loro panificazione con quella di chi disponeva del forno, in modo da poter sfruttare il calore residuo e riportarlo in temperatura con minor legna o anche con le sterpaglie secche di cui ho parlato prima. Tuttavia il calore residuo non era gratis perché almeno una persona di quella famiglia era andata all’alba ad aiutare gratis a fare il pane del proprietario del forno. Come in tutte le cose vi era chi si era impossessato di una certa tecnica per fare e cuocere i pane, ma vi erano di quelli che non avrebbero imparato mai, anche se avessero vissuto tre vite.
Pertanto, forte non solo dell’esperienza di casa mia ma anche per aver mangiato come invitato in casa di molte famiglie contatine, posso assicurarvi che la qualità media era molto bassa, vuoi per la materia prima, vuoi per la tecnica di panificazione, vuoi per il non saperlo cuocere.
Questo era il bengodi di una volta che ora si idealizza e non c’è verso di far capire che il ricordo della giovinezza fa spesso vedere lucciole per lanterne.




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Nota: Se c’è un concetto relativo, ne è un esempio il “grano antico”. Strampelli mostrava al Duce il suo grano moderno e siamo negli anni 1930/40 e questi erano moderni rispetto Gentile Rosso di fine/inizio ‘900, mentre un grano di oggi è moderno rispetto ai frumenti di Strampelli, ma che anche lui allora chiamava moderni e con ragione tra l’altro perché è stato un vero e proprio rivoluzionario nella selezione dei frumenti.

Vorrei anche dare un esempio di cosa significa riseminare sempre la semente autoriprodotta in azienda e per farlo non uso i frumenti moderni ma rivado al Gentile Rosso, che è una popolazione e non una varietà. I professori Bellucci e Bendandi agli inizi del ‘900 hanno confrontato le produzioni di grano Gentile Rosso ricavate da seme originale selezionato, da 1ª, 2ª e 3ª riproduzione. Nell’annata 1908/09 da seme originale hanno ricavato 23,70 Q.li/Ha; da 1ª ripr. 19,61 Q.li/Ha; da 2ª ripr. 17,87 Q.li/Ha e da 3ª ripr. 16,59 Q.li/Ha. Nell’annata 1909/10 la produzione ricavata da seme originario è di 27,69 Q.li/Ha e già la 1ª riprod. cala a 21,46 Q.li/Ha. Oggi abbiamo un Ministero dell’Agricoltura e regioni che incentivano le produzioni di grani antichi. Siamo all’imbecillità scientifica assoluta! 





Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana




17 commenti:

  1. Grande Alberto...!

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  2. Ai lettori a cui interessa l'argomento "pane-frumento" e relativa prosopopea segnalo che è stato pubblicato un altro mio articolo che possiamo dire complementare a questo.: Ecco il link

    http://www.olioofficina.it/societa/cultura/ah-il-pane-di-una-volta!.htm

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  3. Parole sante da leggere con cura e ricordare. Grazie!

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  4. Andrej Drosghig15 dicembre 2016 13:02

    Bella testimonianza. Io credo che chi rimpiange acriticamente il passato abbia trascorso poco tempo a conversare coi propri nonni. E se la gente lo facesse, forse pubblicità ingannevoli sulla scorta del “fatto come una volta” non farebbero tanta presa.
    I miei nonni materni sono di due diversi paesi del Carso, resi famosi dalle vicende della guerra del ’15-‘18, in uno si parla un dialetto italiano, e nell’altro un dialetto sloveno. Nel primo dopoguerra, quando i miei nonni sono stati giovani, la zona era verosimilmente sovrappopolata, tutte le zone che oggi sono boscaglia, in quei tempi erano pascoli e nelle doline, dove si accumulava un po’ di terra, c’erano gli arativi. In entrambi questi due paesetti, il piatto forte, oltre all’immancabile polenta, era una zuppa che da una parte era chiamata brut brustulà, e dall’altra zupa pozgana. Il significato è lo stesso: brodo abbrustolito, perché era fatta di acqua, farina abbrustolita, e nelle versioni di lusso, c’era un po’ d’uovo. A insaporire un po’ la cosa si mettevano semi di finocchio.
    Racconto questo perché nessun ristoratore si è sognato ancora di valorizzare questa preparazione che pure più tipica di così non potrebbe essere. Molto di ciò che viene oggi proposto come tipico era in realtà tipico (in qualche caso) delle classi dominanti di ciascuna zona mentre ben altra alimentazione avevano i poveracci. C’è quindi tantissima ipocrisia e marketing nell’esaltazione del tipico.
    C’è però anche un’altra valenza che queste testimonianze hanno. L’economia anteguerra aveva, se così vogliamo dire, il pregio di essere davvero sostenibile, perché basata sul riuso spinto di tutto ciò di cui si disponeva. Andrebbero repertoriati, a mio parere, i contenuti tecnici di queste economie, perché sono esperienze che potrebbero tornare utili. In molti casi, sono sapienti astuzie e adattamenti che si sono sviluppati in secoli di esperienze. Non è tutto da buttare, ciò che si faceva una volta.
    Oggi non si può escludere a priori che il futuro ci riproporrà alcuni vecchi problemi, ad esempio la scarsità/ eccessivo costo dei concimi, o dei carburanti. Il fosforo minerale, ad esempio, viene considerato come una risorsa in via di esaurimento. C'è qualche piccola risposta nella vecchia agricoltura, senz'altro di scarsità di risorse, loro ne sapevano più di noi.

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    1. Sig. Drosghig buonasera,
      molto interesante la descrizione della zuppa e credo debba essere rivalutata. Per non farla dimenticare perchè non contatta la Condotta Slow Food più vicina a lei? Sono certo che possano che possano repertoriarla e probabilmente inserirla nell' "Arca del Gusto", contenitore di biodiversità, ricette, lavorazioni e tradizioni che riguardano il cibo e che stanno per scomparire.
      Rolando Saccucci (Slow Food provincia di Varese)

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  5. Da noi --raccontavano i vecchi, io ero troppo giovane per averlo visto/vissuto-- il forno era comune a tutta la borgata, si facevano i turni (il primo che scalda costa tempo e legna). Tipicamente si panificava una volta la settimana.
    A fine anno si facevano anche i panettoni, i cariton (pron. "caritun").
    Subito dopo la fine della guerra (ma non so in che anno) si è smesso e il forno è stato demolito negli anni 90, ormai inutilizzato e inservibile anche come magazzino, troppo piccolo e basso.

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    1. Questa nota l'ho condivisa anche sul mio diario e mi ha risposto un mio parente brasiliano, aveva trovato interessante l'articolo (due fratelli di mio nonno sono emigrati in Brasile alla fine dell'800, non tanto perchè non avessero da mangiare, ma perchè non volevano sottostare ad un padre padrone ed anche allettati dal l'eldorado americano). Si tratta dunque della quarta generazione.

      Sai cos'ho risposto? Gli ho detto che il pane cotto in quel forno ha alimentato suo bisnonno e lo ha fatto divenire adulto. Credo che il vederlo l'abbia impressionato perchè, ben sapendo delle sue origini, ha rivisto le radici che gli hanno permesso di nascere.

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    2. Ho detto qualcosa che non va? O la risposta era un commento non rivolto a me? Già che ci sono aggiungo che sono nuovo (arrivato via Enrico Bo) e che la locatione era Piobesi Torinese (20 km a sud di Torino), in particolare la Tetti Brussino.

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  6. Andrej Drosghig

    Il passato deve insegnare al futuro di ciò non ne possiamo fare a meno. Il passato poi con l'avanzare dell'età assume un'aurea filtrata che fa si che i ricordi cattivi si dimentichino e si idealizzino quelli buoni. Giustissimo fare così fin quando però ci si affida al ricordo come gratificazione della vita vissuta.

    Quando invece si fa un'esame critico allora i sentimenti occorre lasciarli fuori dalla porta e analizzare le cose con i metodi dell'indagine scientifica.

    Per quanto riguarda la limitatezza di certi fattori di produzione purtroppo abbiamo pressochè interrotto lo studio della chimica agraria, le funzioni della floro-fauna del terreno (micorriza ad esempio) e la fisiologia delle piante coltivate. Abbiamo a nostra disposizione delle tecniche oggi, ad esempio per quanto riguarda la fisiologia vegetale che ci permettono, spegnendo o mettendo in azione un gene, di sapere a che cosa presiedono e se del caso decidere di spegnerlo o aggiungerlo. Ma vi è il babau degli OGM che frena tutto.

    Se non lo facciamo siamo dei fessi perchè la ecocompatibilità dell'agricoltura, salvaguardando e aumentando la produttività (quantitativamente e qualitativamente) si ottiene non aumentando gli apporti ma valorizzando le riserve del terreno e dirigendo certi processi fisiologici. Si sa che, anche applicando le tecniche più avanzate, di azoto ne diamo troppo per quello che sono i bisogni reali delle piante, ma se ne somministriamo meno incidiamo sulla produzione, cioè ci manca un passaggio e non siamo ancora in grado di rispondere alla domanda perchè la pianta non riesce ad assorbire l'azoto che c'è disponibile e perchè non siamo capaci di far corrispondere ed avvicinare quantità e bisogni?

    La risposta è RICERCA, RICERCA, RICERCA. L'abbiamo fatta quando eravamo alla fame, perchè dobbiamo aspettare di essere ancora alla fame prima di ricominciare a ricercare?

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    1. Purtroppo la ricerca in Italia è nello stato in cui è- Quella agricola e in particolare sementiera è stata abbandonata dopo il sacco della Federconsorzi, sacrificata per la politica sciagurata di quegli anni. Poi è nata tutta la fuffa naturalbiologicokm0 e compagnia bella. Tanto per fare un esempio, laprovincia di Alessandria ha sempre prodotto grano di scarsa qualità tanto che veniva definito biscottiero (w attorno al 100, la Saiwa ha aperto una azienda di biscotti quiproprio per quel motivo). L'opera di miglioramento genetico del prof Jacometti, ha cercato di migliorare questo aspetto con varietà molto valide sotto questo puntodi vista, ma poi tutto è stato abbandonato. Oggi ci sono associazioni che si propongono di valorizzare il grano "nostrano" spacciandolo per ilnon plus ultra, quando se va bene è buono per far la focaccia secca. Per quanto riguarda le varietà Abbondanza e Autonomia, già oltre 30 anni fa faticavo , come sementiero del consorzioagrario a farle moltiplicare, perché ormai completamente inadatte anche allezone di alta collina più marginali.

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    2. Andrej Drosghig16 dicembre 2016 19:48

      Mi è difficile capire perchè, se il problema più cogente dei prossimi anni è previsto essere il cibo sicuro, equo, ecosostenibile per tutti, si continua a finanziare con miliardi di euro i vari sincrotroni, o spedizioni su Marte. Non capisco proprio. Sarà come dicevano i Pitura Freska: "I va in zerca dei marsiani/ e qua in tera i ne fa viver da cani/ quei che i ne comenda/ i xe propio na bruta banda". Oltretutto anche nei pochi milioni dedicati alla ricerca in agricoltura, è difficile intravvedere una chiara strategia con delle priorità, degli obbiettivi, al di là dei vaniloqui su qualità e tipicità.

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    3. Andrej, il finanziamento alla ricerca di base, sia essa la fisica delle particelle come l'astronautica, comporta ricadute tecnologiche sulla vita di tutti i giorni (incluse quelle applicabili nell'avanzamento tecnologico in agricoltura) che nemmeno immagini... Il problema è che le risorse e le potenzialità per sfamare la gente ci sono, ma mancano una visione lungimirante e la volontà politica di tradurle in concretezza...

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  7. Molto interessante.
    C'è una pagina di Kundera dove l'autore si sorprende a versare una lacrima di nostalgia sfogliando delle fotografie di Hitler (che tra le altre cose terribili aveva invaso la sua patria).
    Riflettendoci capì che ovviamente non stava rimpiangendo il dittatore ma la giovinezza perduta dei tempi in cui il dittatore era in vita

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  8. bellissimo aricolo, condivido in pieno, grazie

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  9. Sergio Salvi9 marzo 2017 12:57

    Patetico quanto sta succedendo:
    http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/economia/2017/7-marzo-2017/guerra-grani-antichi-accuse-monopolio-nuove-alleanze-2401345528620.shtml

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  10. Sergio,

    La Monsanto è il diavolo vero? Mentre la SIS (che forse non ha più i soldi per creare varietà nuove e che abbiano successo) prende una vecchia denominazione pubblica la fa diventare una varietà (e il ministero gliela iscrive in barba alla DHS prevista per legge) poi fa un accordo con un mulino ed inventano un protocollo di coltivazione per cui l'agricoltore è obbligato a comprare e seminare solo la semente SIS se vuole che il mulino gli compri la produzione. Non vi pare che la Monsanto rispetto a questi veri e propri pataccari alla Totò, cioè da messa in vendita della fontana di Trevi, non debba essere fatta santa subito? Da queste produzioni poi si ricaveranno farine da cui si otterranno dei trasformati che dei gonzi di consumatori pagheranno a peso d'oro. Tutto ciò in barba al far produrre i limitati ettari che abbiamo quanto potenzialmente potrebbero produrre, aggravando così la nostra bilancia dei pagamenti, anzi presto troveremo Ministri e Coldiretti che applaudiranno questo Made in Italy.

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  11. Dimenticavo Sergio di dire che se quello mostrato in fotografia è un campo di frumento Andriolo io mi faccio castrare..... va bene che voi potreste dire che alla mia età che le abbia o non le abbia è indifferente!!!!

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