mercoledì 31 maggio 2017

“Senza olio di palma ” – Un “mantra” attuale


di Alberto Guidorzie e Luigi Mariani





Riassunto
La coltura della palma da olio ha una lunghissima tradizione nei paesi tropicali ove la palma è a tutti gli effetti una coltura multiuso che contribuisce al benesse di intere popolazioni. In Italia è in atto da alcuni anni una campagna di demonizzazione dell’olio di palma accusato di essere una coltura insostenibile in termini sicurezza alimentare per la ricchezza in acidi grassi saturi e in termini ecologici perché la sua espansione distruggerebbe la foresta pluviale. L’analisi qui condotta mostra che la campagna in atto è condita di mezze verità e menzogne palesi e pertanto sarebbe auspicabile una maggiore serietà nel trattare un coltura così importante per la sicurezza alimentare globale in quanto da essa dipende il  35% della produzione globale di oli alimentari contro il 27% della soia che tuttavia ha una produttività ettariale di 8 volte inferiore e vanta per unità di prodotto un consumo ben maggiore di fertilizzanti e fitofarmaci.

Abstract The oil palm (Elaeis genus) cultivation has a long tradition in tropical countries where palm trees are in fact a multipurpose crop that contributes to the wellbeing of entire populations. In Italy, from some years is under way a demonization campaign of the palm oil which is accused of being an unsustainable crop in terms of food security for its richness in saturated fatty acids and in ecological terms because its expansion would destroy the rainforest.

The analysis carried out here shows that the current campaign is founded on half truths and false statements. Therefore it would be desirable to be more serious in dealing with such an important crop for global food security as it isresponsible of the 35% of the global vegetable oil production against 27% of soybean which, however, has an hectarial productivity of 8 times lower and shows a remarkably higher consumption of fertilizers and pesticides per product unit.


UN’ORDINARIA CAMPAGNA DI DEMONIZZAZIONE 

Nei paesi occidentali è in atto da alcuni anni una campagna di demonizzazione dell’olio di palma che ha come obiettivi principali da un lato l’industria alimentare, che usa l’olio di palma nella produzione di una vasta gamma di cibi in ragione del basso costo e delle ottime caratteristiche tecnologiche e dall’altro l’industria dei cosmetici che per analoghi motivi usa olio di palma a piene mani.
Sul banco dei nostri supermercati (Esselunga in primis) hanno così iniziato a comparire etichette del tipo “senza olio di palma”, quasi si fosse di fronte ad un veleno che solo l’ignavia del legislatore o la perfidia delle multinazionali salva dalla messa al bando.
E chissà che presto non si veda l’industria dell’abbigliamento apporre l’etichetta “senza olio di palma”, conscia delle conseguenze nefaste che deriverebbero dall’indossare mutandine che sono passate vicino ad un vasetto di crema spalmabile!!!
I propugnatori della campagna mirante a ostracizzare l’olio di palma adducono due ordini di motivi: la presenza di acidi grassi saturi e l’essere causa di disboscamento di foreste pluviali.
Ma siamo veramente di fronte al veleno del secolo? Per rispondere andiamo a vederci dentro iniziando a ragionare di palma da olio.


LA PALMA DA OLIO 

Due sono le palme che producono l’olio e cioè Elaeis guineensis (originaria del golfo di Guinea, ed è la più coltivata) e Elaeis oleifera (originaria del bacino amazzonico). Esse sono interfeconde ed è possibile creare ibridi interessanti in quanto la seconda ha effetto miglioratore conferendo all’ibrido non solo crescita più lenta e quindi maggiore longevità degli impianti ma anche la resistenza alla “malattia del cuore” e un minor tenore in grassi saturi nell’olio. La coltura di Elaeis guineensis ha una lunghissima storia se si pensa che le ricerche archeologiche hanno messo in luce che il consumo alimentare di tale specie in Africa centro-occidentale risale ad almeno 5000 anni orsono. Dall’areale d’origine (Golfo di Guinea) la coltura si è poi estesa a gran parte dell’Africa a seguito di migrazioni tribali e del commercio degli schiavi. L'arrivo in India a Calcutta si verificò nel 1836 e nel 1848 l'Olanda importò i semi dall'Africa occidentale con cui dapprima creò semenzali al giardino botanico di Amsterdam e a Reunion e poi creò dei semenzali nel giardino botanico di Bogor in Indonesia. L’introduzione in Indonesia avviò l'industria dell'Olio di palma nel sudest asiatico, industria che poi si espanse in Malesia ove la prima piantagione risale al 1917. Oggi la coltivazione è diffusa in Africa, Asia, America e Australia ove si coltiva per la produzione industriale di olio vegetale (Cabi, 2017).



LA PRESENZA DI ACIDI GRASSI SATURI

Diciamo subito che gli acidi grassi saturi sono quelli che conferiscono la struttura solida al grasso, mentre gli acidi grassi mono e polinsaturi conferiscono una struttura liquida; e qui si noti che la forma solida è tecnologicamente importante per l’industria agro-alimentare. Passando poi alla palma da olio, occorre dire che da essa si ricavano due oli molto diversi:

- olio di palma ottenuto dal frutto che contiene in egual misura con grassi saturi (44% di acido palmitico e 5% di acido stearico) e insaturi (39% di acido oleico monoinsaturo e 10% di acido linoleico polinsaturo)

- olio di palmisto ottenuto dai semi e che costituisce circa il 10% della produzione totale di olio. L’ olio di palmisto assomiglia all’olio di cocco in quanto contiene l’82% di acidi grassi saturi e solo il 18% di acidi grassi insaturi. E’ considerato un sottoprodotto e serve sia per produrre saponi, cosmetici e oleochimica (19% degli usi) sia, assieme ad altri oli vegetali, come olio di cottura nei paesi produttori di olio di palma (nome commerciale “vegetalina”).
Il 50% di acidi saturi fa sì che l’olio di palma dovrebbe chiamarsi “grasso” o “burro” di palma perché solido come il burro, l’olio di cocco e di copra. Inoltre nutrizionalmente l’olio di palma non ha nulla da invidiare agli altri oli, esso è altrettanto soddisfacente, come si cercherà di dimostrare passando in rapida rassegna alcuni aspetti cruciali che un consumatore consapevole dovrebbe conoscere in relazione agli acidi grassi e alla loro importanza nelle diete.
Un ragionamento in termini agronomici ed agro-ecologici condurrà poi ad evidenziare che la palma è una coltura oleifera che non ha nulla da invidiare in termini di sostenibilità rispetto alle altre oleifere di rilevanza globale (soia, girasole, colza, ecc.).


Gli acidi grassi saturi e insaturi: nessuna delle due categorie è un veleno

La regola aurea per il consumatore è che occorre limitare la quantità di acidi grassi saturi ma non abolirli in assoluto perché indispensabili per il nostro organismo come componenti essenziali delle membrane delle nostre cellule e come molecole che intervengono nei messaggi cellulari e nelle funzioni immunitarie oltre a regolare la disponibilità di certi acidi grassi insaturi. I lipidi o grassi (tutti) sono importanti per il trasporto delle vitamine liposolubili (A,D,E e K). In altri termini non esiste alcun acido grasso che non abbia una funzione metabolica utile, per cui assistiamo a fenomeni patologici sia per una carenza di acidi grassi sia per una eccessiva assunzione. Circa le dosi, si ritiene che la dose di corpi grassi giornaliera (occulti e non occulti) per un individuo adulto debba essere di circa 70 grammi, composti per un terzo di acidi grassi saturi, per un altro terzo di acidi grassi polinsaturi appartenenti alla categoria ω6/ω3 e per il rimanente terzo di acidi grassi insaturi.
Acidi grassi saturi e colesterolo: la demonizzazione degli acidi grassi saturi discende dal metabolismo del colesterolo (lipide che non esiste nei vegetali) in cui sono importanti due categorie di lipoproteine circolanti nel sangue: le LDL che favoriscono il deposito di placche aterosclerotiche e le HDL che invece favoriscono il ritorno del colesterolo allo stato libero che può andare al fegato per essere catabolizzato. Tuttavia non tutti gli acidi grassi saturi si comportano negativamente: infatti solo quelli a catena corta (meno di 18 atomi di C e sono contenuti solo per il 2% nell’olio di palma) tendono ad aumentare il colesterolo e le lipoproteine LDL, mentre quelli a catena più lunga hanno un effetto ipercolesterolimizzante molto minore. Per contro l’olio di palma contiene abbastanza tocotrienolo (60-100 ppm) che ha un’azione depressiva sulla colesterolemia e sull’LDL ed è anche un antiossidante, così come lo sono i tocoferoli pure contenuti nell’olio di palma; effetti benefici dunque.

Acidi grassi e pressione arteriosa: acidi grassi saturi e insaturi hanno un comportamento opposto nei riguardi della pressione arteriosa. I primi aumentano la resistenza vascolare e la risposta contrattile delle pareti dei vasi sanguigni, effetto negativo dunque, mentre i secondi hanno un’azione rilassante e quindi aumentano la produzione di prostaglandine vasodilatatrici. A tale proposito, dato che l’olio di palma contiene in proporzione esattamente uguale acidi grassi saturi e acidi grassi insaturi, diventa difficile mettere in evidenza un bilancio apertamente negativo; in aggiunta a ciò vi è il fatto che la configurazione spaziale delle molecole dei trigliceridi dell’olio di palma è specifica: l’acido miristico e stearico (acidi grassi saturi) occupano preferibilmente posizione esterna (1 e 3) il che conferisce loro una diversa evoluzione metabolica perché si legano al calcio e sono evacuati con le feci, mentre gli insaturi sono in posizione interna (2) e sono assorbiti dall’intestino.
La pro-vitamina A: l’olio di palma contiene un tenore elevato di pro-carotenoidi che nelle zone tropicali sono un mezzo efficace di lotta contro le avitaminosi A, che provoca cecità e anche morte.

Gli acidi grassi trans (o AGT): tali acidi grassi non sono presenti nell’olio di palma, mentre lo sono nei grassi di animali ruminanti, negli oli che hanno subito parziale idrogenazione per farle divenire margarine e negli oli vegetali portati ad elevate temperature. Con queste trasformazioni gli oli liquidi vegetali si comportano come degli acidi grassi saturi.
Il paragone con il latte: se si colpevolizza l’olio di palma per il contenuto in acidi grassi saturi (circa il 50%) alla stessa stregua si dovrebbe colpevolizzare sia il latte materno perché ve ne sono presenti altrettanto (d’accordo che questo si assume per un periodo limitato della vita…) ed anche il latte animale, che invece molti assumono per tutta la vita e il latte intero che ne contiene il 63%.
In conclusione: nutrizionalmente l’olio di palma non ha nulla da invidiare agli altri oli, rispetto ai quali è per molti versi altrettanto soddisfacente. Pertanto la demonizzazione dell’olio di palma non ha senso, è solo un messaggio propagandistico che confonde i consumatori, ai quali occorrerebbe invece dire di attenersi ad una dieta ipolipidica (i 70 g suddetti) ed all’interno di questa assumere acidi grassi saturi e insaturi nelle giuste proporzioni; se ci si attiene a ciò la fonte degli acidi grassi è ininfluente.

UNA PIANTA INCOLPATA DI ESSERE CAUSA DI DISBOSCAMENTO

E’ certo che con lo sviluppo dei paesi emergenti i consumi di grassi tende ad aumentare. Dal 1975 al 2010 il consumo procapite nel mondo è passato da 11 a 24,7 kg/anno seppure queste medie si basino su un range molto ampio. Si stima che nel 2050 la produzione di grassi dovrà raddoppiare per rispondere ad una domanda sempre più sostenuta, l’aumento è già iniziato e i prezzi dell’olio di palma ne hanno risentito, basti pensare che dal 2008 i corsi degli oli vegetali e del petrolio viaggiano paralleli appunto per l’interesse verso il biodiesel. In tale contesto l’olio di palma (per ora solo 1% degli usi) è in pole position per il basso costo e quindi se continua la corsa alle energie rinnovabili la sua superficie aumenterà inevitabilmente; per questo motivo ne dovremmo concludere che “chi è causa del suo mal pianga se stesso”, nel senso che è la stessa corsa alle rinnovabili cavalcata dai movimenti ecologistici di tutto il mondo a far salire le superfici a palma da olio.

L’elemento qualificante della palma da olio è l’elevatissima produttività ettariale: un ettaro di palme produce 4 t/ha/anno di olio mentre colza, girasole, soia e arachide ne producono grossomodo 0,5 t/ha/anno. Tutto questo dovrebbe essere un ottimo passaporto per la sostenibilità, nel senso che 1 ettaro investito a palma da olio produce la stessa quantità d’olio di 8 ettari a girasole. In tal senso si consideri inoltre che il miglioramento genetico delle palme da olio consente già oggi di prefigurare produzioni di 10 t/ha/anno.
In complesso l’olio di palma rappresenta il 35% della produzione mondiale mentre la soia è al 27%, il colza al 16% e le rimanenti oleifere (girasole, palmisto, cotone, arachide e copra) sono al 22%. E infine l’olio d’oliva vanta una produzione insignificante a livello mondiale.

A questo punto però vi è da chiedere, premesso che le superficie di soia e palma aumentano ambedue a scapito delle foreste primarie pluviali (in Brasile in 40 anni si è passati da 1,7 milioni di ettari a 21,7 milioni di ettari di soia), perché si dice che solo l’olio di palma disbosca e non la soia che per giunta è per il 75% OGM? Perché non si scrive “senza olio di soia” oppure non si scrive “senza uso di soia” su ogni kg di carne, di latte o di formaggio parmigiano reggiano? Eppure stando alle produzioni unitarie se disbosco un ettaro di foresta per piantarvi la palma dovrei disboscarne ben 8 di ettari se volessi ottenere la stessa quantità di materie grasse con la soia.
I più grandi consumatori di olio di palma sono l’india, l’Indonesia e la Cina. L’EU concorre per il 12% e gli USA per il 3%. Un palmeto permette anche la coltivazione del terreno sottostante con mais, manioca e legumi.
Le piantagioni di villaggio, cioè di piccoli coltivatori (90% in Ghana e 40% in Indonesia), danno un contributo enorme alla produzione mondiale e soprattutto a far uscire dalla povertà le popolazioni rurali delle zone produttrici ed è fuorviante dire che la produzione dell’olio di palma è in mano alle multinazionali. In Indonesia su 21 milioni di ettari di foresta tropicale disboscata solo 3 sono stati occupati da palmeti da olio. Inoltre da queste coltivazioni di villaggio non si ricava solo olio, ma anche vino di palma, cuore di palma, foglie per tetti delle case corde e cesti, rachidi per fare siepi e consolidare i muri di terra, ecc. ecc. Quindi la palma è davvero una pianta multiuso per le popolazioni intertropicali.
Analizziamo pure la palma da un punto di vista dell’ecologia della coltivazione, dicendo anzitutto che un palmeto dura 20 anni mentre le altre oleaginose importanti sono tutte piante annue; come concimazione chimica si stimano bisogni di 850 kg/anno/ ettaro ma gran parte dei residui di potatura va a costituire compost e pure gli effluenti degli oleifici vengono utilizzati a fini di concimazione, per cui la quantità di elementi concimanti esogeni cala.
Per chiarire la questione è molto utile un raffronto con la soia che, leguminosa azotofissatrice e che tuttavia ovviamente richiede almeno 150 kg di concimi fosfopotassici. Se teniamo conto della produzione di olio delle due piante e lo confrontiamo con le concimazioni di cui sopra, vediamo che alla soia bisogna somministrare 250 kg di concimi per t di olio mentre alla palma 213 kg. La stessa cosa accade per il colza. Se poi estendiamo il confronto ai fitofarmaci la soia (e con essa le altre oleaginose) perde alla grande la partita: in Brasile sulla soia si applicano 5,8 kg per ha/anno che equivalgono a 10 kg di principi attivi fitofarmaceutici per t di olio mentre sulla palma da olio si applicano 0,4 kg di principi attivi per ettaro che equivalgono a 0,1 kg per t di olio. In complesso i costi per la conduzione di un palmeto sono per l’1% legati a questi di fitofarmaci mentre il 50-55% va in concimi e il 30% in spese di raccolta.
In conclusione se l’UE non importasse più il 12% di olio di palma che oggi utilizza ne risentirebbero in primis le coltivazioni famigliari per l’impatto negativo sui prezzi dovuto all’aumento dell’offerta. Pertanto anziché dire “senza Olio di palma” sarebbe senz’altro più proficuo che si dicesse “olio di palma al bisogno” ma della categoria RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) il cui consumo è aumentato del 48% dal 2008 al 2010, ma solo del 4% nei due anni successivi.


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Bibliografia:
Cabi, 2017. Elaeis guineensis (African oil palm), http://www.cabi.org/isc/datasheet/20295 (sito visitato il 23 gennaio 2017)
Alain Rival e Patrive Levang – La palme des controverse . palmier à huile et enjeux de développement – Editions Quae
Jean Jacques Jacquemard – Le palmier à huile - Editions Quae


Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.



Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.


3 commenti:

  1. una domanda tecnica, il miglioramento genetico della palma da olio è attualmente perseguito con impegno sufficiente? e comunque (a parte ovviamente la produttività) quali caratteristiche potrebbero o dovrebbero essere migliorate? avrebbe senso, ad esempio, porsi l'obiettivo di modificare le percentuali e il tipo di lipidi che poi ritroviamo nell'olio così da venire più incontro alle (smaniose) esigenze del mercato occidentale?

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  2. Conosco un po' il programma di miglioramento genetico del CIRAD francese e i relativi risultati raggiunti: Per ora due sono stati gli obiettivi perseguiti negli ultimi 40/50 anni: 1° la produzione di olio evidentemente e la lentezza di sviluppo in altezza al fine di rendere accessibile da terra la raccolta di caspi. Su ambedue gli obiettivi il miglioramento è stato tangibile: in fatto di produzione essa è aumentata del 42% (1% / anno). Anche sulla resistenza alle due malattie si sono ottenuti miglioramenti: fusariosi in Africa e ganoderma in Asia. Tuttavia sono in corso programmi genetici per la ratio Olio di palma/ olio d palmisto, la ratio stearina /oleina, indice di iodio e tenore in carotene. Certo qui il lavoro è più complesso, ma l'applicazione delle biotecnologie potrebbe dare risultati oggi imprevedibili.

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  3. Oggi al mercato di Mantova ha decretato il raddoppio del prezzo del burro, ciò in conseguenza del fatto che chi ha bisogno di una grasso solido e non volendo usare l'olio di palma si deve obbligatoriamente rivolgere al burro. Io evidentemente ho piacere che ciò sia accaduto, in quanto, vivendo in una zona dove si fa parmigiano reggiano nella cui lavorazione metà del latte deve essere scremato, vedo volentieri che gli allevatori guadagnino di più.

    Tuttavia non possiamo non dire che il panorama acidi grassi saturi nel burro è molto peggiore che nell'olio di palma, cosa ininfluente se si rimane con consumi consoni.

    Ho anche un gran piacere per i consumatori che, lasciandosi condurre solo dalla propaganda orientata e ideologica, si sobbarcano prezzi superiori nei loro acqusiti. Visto che poi che si arrabbiano se si scrivono articoli come quello sopra, frutto di una documentazione critica di testi scientifici senz'altro scopo, e ti dicono "chi ti paga Ferrero?" ewcco che allora godo intensamente a vedere gente buttare il proprio denaro scriteriatamente.

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