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mercoledì 7 giugno 2017

I trabocchetti della globalizzazione - Globalizzazione buona o cattiva, dipende dai punti punti di vista. Si riducono le disuguaglianze tra paesi e aumentano quelle all'interno dei singoli paesi - Prima parte


Sintesi assicurata da Alberto Guidorzi e Luigi Mariani





Riassunto 
In questo lavoro, che si articolerà in due  uscite, vengono presentate e discusse le tesi sulla globalizzazione espresse dall’economista Henri Regnault nel suo scritto uscito su La crise, n°37 dell’aprile 2017 (qui) in cui si discute di globalizzazione da un angolo di visuale originale.
Gli schemi manichei non si adattano alla globalizzazione, per cui non esiste una globalizzazione del tutto buona e nemmeno una del tutto cattiva e dunque abbiamo i beneficiati della globalizzazione che sono in genere poco rumorosi e le vittime di tale processo, a volte rumorosi ma più sovente rassegnati alla globalizzazione, che è un processo storico che li avvolge e passa sopra le loro teste. La globalizzazione è la risultante di evoluzioni tecnologiche, economiche, geopolitiche strettamente interrelate e in larga misura irreversibili. E, per esser chiari, non ci sarà un ritorno alle economie nazionali se non in uno scenario tragico, di contrazione dei livelli di benessere, nel migliore dei casi, e di “lacrime e sangue” se le cose girassero male. Tuttavia, se la globalizzazione è un movimento plurisecolare potente, esso è comunque ritmato da fasi di flusso e riflusso e da un costante rinnovamento delle sue forme e modalità. La fase attuale, iniziata subito dopo la Seconda Guerra mondiale è in affanno nelle sue forme istituzionali multilaterali (l’Organizzazione Mondiale del Commercio è in panne), o regionali (in particolare l’Europa è in difficoltà e l’Italia è in deciso affanno), pur restando viva nelle sue forme imprenditoriali. Se la de-globalizzazione non è all’ordine del giorno, le modalità di globalizzazione di domani non sono ancora scritte: orientarle in un senso positivo per i popoli si rivelerà una nuova “fatica erculea”, la cui analisi avrà bisogno di un’altra puntata di questa cronaca.
 
Abstract

In this work, which will be divided in two exits, the theses on globalization expressed by the economist Henri Regnault in his paper on La crise, No. 37 of April 2017 (qui) are presented and discussed.
Manichean schemes do not fit in with globalization, because there is no a completely positive globalization nor a completely negative one. By consequence there are the favored by the globalization that generally do not speak loud and the victims of this process, that sometimes loud noisy but more often are resigned to globalization, which is a historical process enveloping them and passing over their heads. Globalization is the result of a technologically, economically, geopolitically evolving process, closely interrelated and largely irreversible. To be more clear, there will be no return to national economies except that in a tragic scenario characterized by a substantial reduction in welfare levels and by "tears and blood" policies. However, if globalization is a powerful multi-centric movement, it is still rhythmically characterized by flux and reflux phases and by a constant renewal of its forms and modes. The current phase, which began just after the Second World War, is in serious difficulty with its multilateral aspects (WTO negotiations on trade) or regional ones (Europe and Italy) but survives in its business forms. If de-globalization is not on the agenda, tomorrow's globalization modalities are not yet written: orienting them in a positive way for peoples will prove to be a new "labour of Hercules" and the analysis of this possible re-orientation will need another episode of this story.


Misurare gli effetti della globalizzazione sui redditi

Il professor Regault nel suo scritto uscito su La crise, n°37, dell’aprile 2017 (qui) afferma anzitutto che sarebbe banale e fuorviante limitarsi a dire che la globalizzazione ha fatto crescere i paesi asiatici molto più dei paesi sviluppati. Ciò perché se da un lato l’operaio USA o europeo sta tuttora meglio dell’operaio delle regioni più arretrate della Cina, dall’altro i ceti medi cinesi o indiani sono cresciuti molto più dei ceti medi americani o europei, i quali sono da tempo soggetti a una sorta di stagnazione. A ciò si aggiunga che la globalizzazione ha fatto nascere miliardari un po’ ovunque nel mondo. Dunque non è corretto analizzare solo quali paesi guadagnano e quali perdono in quanto all’interno di ogni paese esistono sia i perdenti sia coloro che hanno guadagnato. Inoltre non ci si deve limitare a fotografare il fenomeno in un dato istante ma occorre invece analizzarne le dinamiche. Se poi andiamo ad indagare le trattative intercorse per mettere in atto gli accordi internazionali che hanno accompagnato il processo di globalizzazione ci si avvede che ogni paese ha portato avanti tesi che hanno penalizzato alcuni suoi ceti e ne hanno favoriti altri.
Particolarmente illuminante in tal senso è il diagramma costruito dalla Banca Mondiale per il ventennio 1988-2008, la cui linea ricorda un elefante stilizzato e che è frutto di una comparazione fra i redditi dei diversi strati della popolazione di 162 paesi del globo. I redditi sono espressi come “dollari PPA” (dollari a Parità del Potere di Acquisto - $PPA) e in ascissa sono ordinati in modo da avere a sinistra i più poveri e a destra i più ricchi. Più nello specifico in base alla ricchezza la popolazione mondiale è stata ordinata in base al reddito crescente e a partire dai più poveri è stata ripartita in 19 segmenti (classi che comprendono ciascuna il 5% della popolazione mondiale per un totale del 95% della stessa. A ciò si aggiungono i due segmenti estremi verso destra (i più ricchi), composti da un segmento che comprende il 4% (da 95 a 99%) e uno che comprende l’1% più ricco (da 99 a 100%).

Dal diagramma si ricava che:

- all’estrema sinistra dell’ascissa, il 5% più povero della popolazione mondiale ha avuto il proprio potere d’acquisto (PA) aumentato del 15% in 20 anni (+0,7% annuale)

- all’altro estremo dell’ascissa l’1% più ricco della popolazione mondiale ha visto il proprio reddito crescere del 65% in 20 anni (in media il 2,5% l’anno)

- tra questi due estremi, all’aumentare della ricchezza troviamo anzitutto la fascia fra il 5% e il 30% (valori in ascissa da 10 a 30) il cui tasso di crescita aumenta con regolarità, passando in 20 anni da una crescita del 40% per la classe 5-10 (al penultimo posto in termini di povertà) a una del 50% per la classe 25-30.

- abbiamo poi le “classi medie”, con ricchezza fra il 35 e il 55% che presentano crescite al di sopra della soglia del 60% (+3 l’anno): si tratta di classi che rappresentano la testa dell’elefante e che si sono parecchio avvantaggiate dalla globalizzazione

- all’ulteriore aumentare della ricchezza (fascia fra il 60 e il 90%) si nota un calo dapprima debole seguito da un vero e proprio crollo, con le classi fra il 75 e il 90% che addirittura non aumentano il proprio reddito nell’ultimo ventennio (sono queste le classi che più hanno perso dalla globalizzazione).

- aumentando ancora la ricchezza troviamo la classe 90-95 e 95-99 con un incremento rispettivo del 17 e del 27% per giungere come dicevamo all’1% più ricco della popolazione mondiale che ha accresciuto la propria ricchezza del 65% in vent’anni.


In sintesi dunque se è vero che i più ricchi sono sempre più ricchi è che i più poveri escono con lentezza dalla povertà, vi è una classe media (ricchezza fra 45 e 70%) che presenta il top della crescita mentre non accresce o quasi la propria ricchezza la fascia compresa fra 75 e il 90%.
Si noti che in ogni punto del grafico si possono trovare abitanti di ogni continente ma che se osserviamo classe per classe abbiamo una più elevata probabilità di trovare un africano sub-sahariano a sinistra del grafico che non a destra e di trovare i ceti medi urbani asiatici che lavorano duramente sulla “testa dell’elefante”. Infine le classi medie nord americane ed europee sono spesso posizionate in basso e cioè laddove la “proboscide dell’elefante fa la curva” (ascissa 75-90): la collocazione a destra ci dice che tali classi hanno ancora un buon potere di acquisto ma l’evoluzione non è positiva in quanto soggetta a una sostanziale stagnazione. E’ da qui che viene la lamentela che ci deriva dal fatto che la stagnazione interessa classi ricche (curva della proboscide) mentre popolazioni con livelli più bassi di ricchezza (testa dell’elefante) guadagnano velocemente terreno. Tuttavia pochi di coloro che si trovano nella curva della proboscide considerano che la loro ricchezza viene mantenuta stabile dai bassi prezzi dei beni prodotti dai meno ricchi che stanno sulla testa del’elefante.
L'elefante, pur fornendo alcune indicazioni sull’evoluzione delle diseguaglianze a scala globale, non riesce in alcun modo a darci indicazioni circa l’evoluzione delle disuguaglianze all'interno dei paesi o di macro-aree, per misurare le quali economisti hanno uno strumento che è dato dall’indice di Gini, il quale varia tra 0 e 1: se tutti gli individui di un paese dispongono dello stesso reddito (società egualitaria) l’indice è 0 mentre se un solo individuo ha avuto l'intero reddito nazionale il coefficiente è 1.
Dai dati in tabella 1 si evince che i paesi scandinavi hanno un indice di Gini di 0,25 mentre società di gran lunga meno egalitarie come i i paesi dell'America latina (tra cui il Brasile) hanno un indice di circa 0,6. La tabella mostra inoltre una tendenza generale all’aumento delle disuguaglianze, particolarmente marcato in Cina che passa da 32 nel 1988 a 42,7 nel 2008. La globalizzazione è pertanto caratterizzata da una doppia tendenza delle disuguaglianze di reddito: riduzione delle disuguaglianze tra paesi e aumento delle diseguaglianze all'interno dei singoli paesi o macro-aree.

Tabella 1 – Indice di Gini per macro-aree e per alcuni paesi singoli. Più l’indice è basso e più il reddito è equamente distribuito.



Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




Luigi MarianiDocente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

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