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sabato 22 luglio 2017

Meteorologia - Profilo Storico - Parte 1 – Le origini

di Luigi Mariani



Riassunto
Questo breve excursus sulla meteorologia dall’antichità ai giorni nostri ha come scopo principale di mostrare l’evoluzione di una disciplina che fin dall’antichità presenta caratteri paradigmatici rispetto alla storia della scienza, se non altri perché ad essa si sono dedicati scienziati come Aristotele e Galileo. Tale studio è riferito unicamente al mondo occidentale e dunque non vengono se non marginalmente presi in considerazione i contributi alla meteorologa che sono venuti da altre culture. Per quanto riguarda la trattazione della meteorologia nel mondo antico ho un particolare debito di riconoscenza nei confronti del testo di John Vallance (2001) dedicato alla meteorologia nel mondo greco. 


Abstract This overview on meteorology from antiquity to the present day has the main purpose of showing the evolution of a discipline that is exemplary with reference to the history of science, if nothing else because great scholars like Aristotele and Galileo devoted themselves to it. This study refers only to the Western world and contributions coming from other cultures are only marginally taken into account. Regarding my approach to the meteorology in the ancient world I'd like to acknowledge the importance of the contribution to my reflections of the text of John Vallance (2001) dedicated to meteorology in the Greek - Roman context.

Meteorologia nel mondo antico: ambito disciplinare, linguaggio specialistico e rilevanza
La meteorologia deriva il suo nome dal termine metéōros (e dalle sue forme affini, inclusa quella di metársios), che significa semplicemente ‘che è in alto’ (Vallance, 2001). Secondo l’etimologia, essa avrebbe quindi dovuto occuparsi esclusivamente dello studio dei fenomeni atmosferici, e vi era un consenso unanime nel ritenere che il compito del meteorologo fosse quello di studiare le «cose che accadono nel cielo» (è con questa espressione che il biografo della Tarda Antichità Diogene Laerzio (180-240), nel descrivere l’opera dedicata dallo stoico Posidonio a questo soggetto, spiegava il termine ‘meteorologia’). In pratica, però, la meteorologia trattava di una vastissima area di problemi naturali: dall’origine delle comete e dall’origine e dalla natura della Via Lattea, delle meteore, dei fulmini, dei venti, dei terremoti, dei vulcani, degli oceani e delle maree, fino alla formazione dei fiumi, delle montagne, delle rocce, dei minerali e dei metalli. Alcuni studiosi si concentravano su particolari tipi di problemi, ma, in generale, il termine ‘meteorologia’ era spesso impiegato per designare l’indagine della Natura nella sua totalità. La meteorologia antica fu pertanto materia di grande vastità e complessità e come tale può essere oggi assunta ad esempio paradigmatico delle scienze fisiche non esatte nel mondo antico (Vallance, 2011).
La nascita di una disciplina scientifica presuppone la presenza di un linguaggio specialistico ed infatti all’epoca di Platone e Aristotele venne coniata una terminologia meteorologica che comprendeva ad esempio il vapore (atmis), l’esalazione (anathymiasis), la trasformazione (metabolé), l’umido e il secco (hygron e xeron), rarefatto e denso (pyknon e manon) (Vallance, 2011).
Almeno quattro filoni di pensiero posso essere individuati nella meteorologia antica:
  • un filone religioso che associa gli eventi meteorologici a cause divine e di cui permane traccia ad esempio nella Bibbia e in varie opere poetiche
  • un filone teorico legato ai filosofi della natura
  • un filone pratico proprio di agricoltori, marinai e medici
  • una filone di contestazione fondata sul luogo comune secondo cui i filosofi sarebbero dei perdigiorno impegnati a speculare sulle cose del cielo e di sottoterra e che ha il proprio apice nella commedia Le nuvole di Aristofane.

Il filone religioso: eventi meteorologici e cause divine
Scrive acutamente Giacomo Leopardi (1899) che “Era naturale che i primi uomini, atterriti dalla folgore, e vedendola accompagnata da uno strepito maestoso e da un imponente apparato di tutto il cielo, la credessero cosa soprannaturale e derivata immediatamente dall'Essere supremo. L'agricoltore primitivo fuggendo per una vasta campagna, mentre la pioggia sopraggiunta improvvisamente, strepita sopra le messi e rovescia con un rombo cupo sopra la sua testa; mentre il tuono, che sembra essersi inoltrato verso di lui scoppia più distintamente e gli rumoreggia d'intorno; mentre il lampo, assalendolo con una luce trista e repentina, l'obbliga di tratto in tratto a batter le palpebre; rompendo col petto la corrente di un vento romoroso che gli agita impetuosamente le vesti, e gli spinge in faccia larghe onde di acqua, vede di lontano nella foresta una quercia tocca dal fulmine. Da quel momento egli riguarda quell'albero come sacro, concepisce per esso una venerazione mista di orrore, e non ardisce più avvicinarsi al luogo ove il fulmine è caduto. Il tuono e la folgore furono annoverati fra gli tributi della Divinità e fra gl'indizj più manifesti del suo supremo potere.” Queste parole ci richiamano al fatto che i fenomeni atmosferici e i loro effetti (alluvioni, siccità, ondate di caldo e di freddo, ecc.) impressionano da sempre l’uomo evocando la presenza della divinità (i fulmini scagliati da Giove, la tempeste prodotte dall’ira di Poseidone, i venti favorevoli non concessi da Artemide e che conducono al sacrifico di Ifigenia, ecc.).
Da una tale temperie è espressione la narrazione del Diluvio, per molti versi simile a quella biblica, tratta da Gilgamesh, poema epico dei popoli mesopotamici le cui prime testimonianze scritte risalgono al terzo millennio a.C.: I venti soffiarono per sei giorni e sei notti; fiumana, bufera e piena sopraffecero il mondo, bufera e piena infuriarono insieme come schiere in battaglia. All'alba del settimo giorno la tempesta dal Sud diminuì, divenne calmo il mare, la piena si acquietò; guardai la faccia del mondo e c'era silenzio, tutta l'umanità era stata trasformata in argilla. La superficie del mare si estendeva piatta come un tetto, aprii un boccaporto e la luce cadde sul mio viso. Poi mi inchinai, mi sedetti e piansi, le lacrime scorrevano sul mio volto poiché da ogni parte c'era il deserto d'acqua. Invano cercai una terra, ma a quattordici leghe di distanza apparve una montagna, e lì si arenò la nave; sul monte Nisir rimase incagliata e non si mosse. Per un giorno rimase incagliata, per un secondo giorno rimase incagliata sul Nisir e non si mosse; per un terzo e per un quarto giorno rimase incagliata sul monte e non si mosse; per un quinto e per un sesto giorno rimase incagliata sulla montagna. All'alba del settimo giorno liberai una colomba e la lasciai andare.
Il mito del diluvio, proprio di molte popolazioni umane (non solo Ebrei e Sumeri ma anche gli aborigeni australiani e i popoli pre-colombiani) è forse l’esempio più immediato del legame fra fenomeni atmosferici e la volontà divina che i nostri antenati stabilirono in virtù del potere di vita e di morte che i fenomeni atmosferici esercitavano su un’umanità che viveva per lo più all’aperto, in balia delle intemperie. Assai evocativa in tal senso è l’immagine in figura 1 ove si mostra la divinità suprema degli urriti Teshub che esercitava il proprio imperio sulle tempeste e sull’agricoltura. 

Figura 1 – La divinità suprema della religione urrita Teshub, che fu poi assimilata dagli ittiti che la sovrapposero al loro dio delle tempeste Tarhun. In questo bassorilievo la divinità, che porta in una mano un trancio di vite con vari grappoli e con l’altra stringe un mannello di spighe di grano, viene invocata dal re Warpalawas di Tyana, capitale del regno neo-ittita (Istambul, museo archeologico - http://i-cias.com/e.o/teshub.htm).
Nella Bibbia (Esodo 9,23-34. 23) è così descritta la settima delle dieci piaghe d’Egitto: “Mosè stese il bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine; un fuoco guizzò sul paese e il Signore fece piovere grandine su tutto il paese d'Egitto”.
L’origine divina dei fenomeni atmosferici è anche presente nei poemi di Omero (Vallance, 2001) che sottintendono una cosmologia caratterizzata da una terra piatta, circolare e circondata alle sue estremità dal fiume Oceano, genitore di tutte le cose, dei inclusi. In tale contesto i fenomeni naturali (tempeste marine, terremoti, ecc.) sono suscitati dagli dei e pertanto la causa divina nei fenomeni naturali è un elemento cruciale.
All’approccio religioso si richiamano anche le visioni poetiche greche basate sui miti eziologici, per cui ad esempio il poeta Mimnermo spiega il succedersi del giorno e della notte dicendo che il Sole cavalca attraverso la volta celeste, e poi naviga attorno alla Terra sul possente fiume, prima di sorgere il giorno successivo (Vallance, 2001).



Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

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