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giovedì 3 agosto 2017

Cosa non fare per nostro fratello “corpo” e nostra sorella “bellezza”?


di Albero Guidorzi


" Donne fasciste"


La preghiera semplice del “cantico delle creature” è utile per porre in evidenza quanto di assurdo e contrario ai valori cristiani vi sia della “deificazione” del nostro aspetto esteriore e del nostro benessere che si sta facendo in questi anni.
Una deificazione che è il fulcro di un nuovo edonismo nient’affatto fine a sé stesso, in quanto sottintende un enorme business: secondo uno studio di The Global Welness Institute statunitense il settore dell’alimentazione bio, vegana e vegetariana ha fatturato nel 2015 ben 3720 miliardi di $ a livello mondiale, ossia 4 volte l’industria farmaceutica e 250 volte i bilanci della famigerata e “pigliatutto” multinazionale Monsanto. Tale fatturato può così ripartirsi: 1000 miliardi per i prodotti di bellezza e di non invecchiamento, 563 per il turismo del benessere, 648 per nutrizione e “cibi sani”, 200 per medicine alternative e complementari. A testimonianza di tale exploit si può citare il “Salone-Zen” di Parigi (recentemente scimmiottato anche a Genova) il quale sarà replicato a settembre-ottobre 2017 https://www.salon-zen.fr dopo il successo dell’edizione 2016 che ha avuto come tema conduttore “amore e coscienza” e che ha accolto più di 35.000 visitatori desiderosi di gestire, a detta degli organizzatori, il loro stress, aumentare l’autostima e dare un senso alla propria vita, dandosi come obiettivo prioritario il mangiare sano. E qui per inciso ricordo senza la benché minima nostalgia i tempi in cui per molti nostri concittadini l’unico ed esclusivo senso della vita era quello di blandire i morsi della fame che li attagliava da mane a sera.
Nel gennaio 2017 sempre a Parigi si è svolta la manifestazione “Salone del benessere, medicina dolce & Thalasso” che ha proposto uno stand denominato “drogheria al naturale” per acquistare prodotti alimentari sani (bio, vegano, veggie ossia vegetarliano-vegetale, crudo, la serie degli alimenti “senza” ecc.) ed un “bar salutare” dove sorseggiare tisane bio, succhi di frutta bio, pasticceria artigianale bio, senza glutine e alleggerita in zucchero e burro.  A proposito del  “senza glutine” va raccontato: il fenomeno è partito dagli USA dove ormai si contano 25 milioni di adepti con testimonial d’impatto (Diokocic, la Paltrow, Lady Gaga).
In Francia si contano 600.000 celiaci diagnosticati (1% della popolazione), ma più di 5 milioni di persone consumano cibi “senza glutine”. Ora i celiaci c’erano anche prima, forse meno perché non diagnosticati, ma da dove sono saltati fuori questi 5 milioni di intolleranti al glutine? Certo qualcuno li ha convinti dell’esistenza dell’intolleranza al glutine con un’operazione che in Francia in un solo anno ha più che raddoppiato il business dei prodotti senza glutine (da 35 milioni di € si è passati a 78). In senso lato “panificare“ senza glutine significa far uso di un buon numero di altre sostanze che producono “l’effetto glutine”, ma nessuno ci va a vedere dentro e qualcosa di analogo si verifica per coloro che credono di mangiare sano e naturale mangiando le bistecche vegetariane, quando anche qui si abbonda in additivi.
Come si vede tutto marcia in parallelo con il bio, le cui lobby hanno invaso tutti i poteri pubblici (ma questi dimenticano i veri produttori di derrate bio ai quali arriva ben poco del plus valore applicato alla vendita al consumo, anzi il vantaggio maggiore arriva a chi non produce e ottiene la certificazione bio).      In tale temperie l’accostamento con le medicine viene da sé, quando ad esempio si parla di “guaritori bio-energetici che usano la riflessologia energetica sensitiva” o di “terapia del mantenimento dell’equilibrio vitale a partire dall’alimentazione mediante complementi a base di alghe”.
En passant noto che internet accetta come conosciuta la parola “riflessologia” quando spesso non riconosce un vocabolo scientifico. Tuttavia i guaritori di cui sopra si premuniscono dicendo che non assicurano “nessun miracolo durevole subito”. Ma di cure ve ne sono anche altre come la “magnetoterapia (che usa la forza invisibile delle calamite per dare energia e diminuire i mali”); poi c’è ancora l’olfactoterapia, l’iridonevraxiologia (che fatica scriverlo…) l’aromatoterapia…e per i più temerari vi è anche l’urinoterapia. Perché non parlare di Rodale inc. (USA) che “pesa” 750 milioni di $ e che con le sue pubblicazioni (41 edizioni in 65 paesi) raggiunge oltre 22 milioni di lettori).
Ora nell’aver cura del proprio corpo non vi è nulla di strano ma è inverosimile che la “nuova paura” stia nella pancia, non tanto nel senso che cresce, il che sarebbe una giusta preoccupazione, quanto nel senso che ci preoccupa cosa avviene al suo interno quando mangiamo. Rodale ha anche un’associazione senza fini di lucro (sic!) detta SFA – Sustainable Food Alliance che finanzia in Europa il Criigen di Seralini e pure Michael Antoniou con 815.000 € con lo scopo dichiarato di provare gli effetti tossici del glyphosate.
A questo punto potremmo dire “piatto ricco mi ci ficco” ed infatti la canadese Rachel Parent a soli 14 anni di età dirige l’associazione Kids Right to Know, un sito interamente contro gli OGM e nella sua crociata è affiancata dalla catena commerciale “Nutrition House” di proprietà dei suoi genitori e che gestisce 65 negozi di salute naturale in Canada ed in USA e che fattura 4 miliardi di $ canadesi (e in questo caso ovviamente nessuno protesta per lo sfruttamento di minori per scopi commerciali).
Il macroscopico conflitto di interessi simboleggiato dal binomio “piromani-operai forestali” non è appannaggio della sola Italia se si osserva che dietro Criigen e Seralini vi è il florido business di Sevene-Pharma che ha incaricato Gil Seralini di condurre (a pagamento ben s’intende) le ricerche pomposamente definite sperimentali.
Sentite su che base hanno costruito il business: dato che Seralini si è speso in ricerche volte a dimostrare l’alta veneficità del glyphosate (cancerogenicità in particolare) ed i cui risultati la scienza ha inoppugnabilmente definito come fasulli, ma che l’opinione pubblica ha bevuto come veritiere, allora si è trasmessa l’idea della interdipendenza tra l’avvelenamento da residui di glyphosate e il bisogno di disintossicazione. Il messaggio è questo: “i preparati messi a punto da Sevene-Pharma basati su estratti di piante biologiche dosati in modo accurato sono in grado sia di prevenire sia di curare gli effetti cellulari di questi inquinanti, detossificandoli” Ecco inventata una nuova branca della medicina e cioè “l’eco-medicina” ed anche due nomi di preparati portentosi: “Digeodren”, cioè un drenante polivalente dell’asse anatomico fegato-reni-pelle e “Urogen” che facilita l’escrezione delle tossine attraverso i reni. Certo, si ha l’impressione che questi preparati ci prendono sempre e comunque e ciò in quanto è del tutto normale che le urine trasportino fuori dal nostro corpo dei metaboliti ed infatti le ricerche ci dicono che l’80% dei residui di glyphosate sono escreti con feci e urine e quindi non si accumulano.
Dunque si lancia l’allarme con la stessa logica con cui un pescatore pastura l’ambiente di pesca ben sapendo che poi saranno in tanti a sfruttare la sua azione. Solo che la cosa non è del tutto nuova perché tra le due guerre vi fu un fenomeno simile. A quei tempi infatti Paul Carton e addirittura il premio Nobel della Medicina del 1912 Alexis Carrel dissero su per giù le stesse cose anche se non vi costruirono un business tanto florido (ma vi fu qualcun altro che il business lo fece poi). La cosa, che và ovviamente calata nella temperie di quell’epoca, era finalizzata a evitare che la razza degenerasse per effetto di un’alimentazione non conforme. Tali concezioni a sfondo razzistico promossero movimenti anti-plutocratici (per dirla con il duce) che offrirono sostegno culturale a Mussolini in Italia e a Petain in Francia. Nello specifico a quel tempo ci si scagliò contro il riscaldamento nelle case, la luce elettrica, gli ascensori, la morale biologica, le manipolazioni chimiche delle derrate alimentari (tra queste abbiamo un ricorso storico con oggi, cioè il pane bianco è causa di degenerazione rispetto al pane scuro; della razza allora e del benessere ora). Dunque una caratterizzazione eminentemente ideologica, che non manca neppure nell’attuale visone edonistica, ma con l’aggiunta di una volontà di far soldi a spese di tanti consumatori abbindolati e soprattutto di acquisire potere di interdizione da usare a fini politici. Basta guardare gli affari che fanno le multinazionali del biologico e l’alleanza creatasi tra grande distribuzione e multinazionali dell’ecologismo politico come Greenpeace; e non solo. Qui vale la pena soffermarci ancora un po’ ed analizzare come l’alleanza è stata stabilita: se ad esempio le catene di grande distribuzione in Francia e in Italia come Carrefour e Coop hanno sposato la causa autonomamente, altre come Auchan e Leclerc vi sono state indotte da un’azione che potremmo definire, senza esagerare, di stampo guerrigliero e basata sul ricatto da parte di Greenpeace e dei suoi attivisti (piantonamento dei punti di vendita, impedimento di un rapido rifornimento e azioni di discredito del marchio). La strategia è nota con il motto inglese “name and shame”cioè “nomina e svergogna” e ha avuto due risultati: un generale greenwashing da parte della grande distribuzione (no-OGM, no-pesticidi, no olio di palma, rifornimenti da produttori rispettosi dell’ambiente ecc.) e l’apertura di nuovi business da parte di grandi e piccoli produttori (Danone, Walmart, Nestlè, lo stesso nostro Farinetti) con la creazione di linee di prodotto apposite a grande valore aggiunto e sorrette spesso da pubblicità ingannevoli. Danone ha pagato 35 milioni di $ nel 2008 ad una associazione di consumatori USA per i legami salutistici non dimostrati di “Actimel” ed altri 21 per il legame indimostrato tra calo dell’obesità ed ingestione di probiotici. In Italia invece questa pubblicità ingannevole persiste, anzi imperversa; non avete ben impresso la faccia di quella signora in televisione che disperatamente annuncia che ha 200 di colesterolo e dopo è perfettamente rasserenata quando dice di avere bevuto Danacol? Basti d’altronde pensare che il mercato dei prodotti soia 100% vegetale ed ultrafresco è cresciuto del 65% negli ultimi tre anni mentre il mercato della carne bovina è calato del 27% dal 1979 al 2013 ed infine in un decennio il mercato del latte di vacca è calato dal 60% al 53%. Ebbene, in barba al mangiare sano e salutare, il business costruito sulla soia è proprio l’inverso dell’alimento benessere, appunto perché la soia può diventare un perturbatore endocrino molto pericoloso.
Greenpeace promuove tutto questo per nulla? No di certo: tutto ciò le serve per impostare la sua campagna volta a raggranellare soldi. Pensate che tale organizzazione ha raccolto 40 milioni di $ per la campagna condotta contro la pesca delle balene e questi li ha spesi per promuovere altre campagne di raccolta fondi. Quando vedete la tenda di Greenpeace nelle piazze delle vostre città dovete sapere che quegli attivisti, dopo un veloce corso di formazione in un hotel, sono inviati sulle strade a fare proselitismo per 8,4 €/ora con contratto quindicinale, rinnovabile se il loro “rendimento” è buono. Greenpeace investe il 30% di ciò che incassa nell’attività di raccolta fondi per impostare campagne per ulteriori raccolte. La “vacca” da così tanto latte che ormai è nata la figura del “consigliori” ed anche qui non vi è nessuno che vi si sottrae perché da una parte ha bisogno di buoni consigli di vendita, specialmente da chi è ammanicato, per catturare le tendenze create, ma nello stesso tempo teme che un rifiuto ad accettare questi consigli pagati profumatamente comporti ricatti e danneggiamenti. Noi italiani abbiamo un preciso nome per chiamare questo stato di cose…mafia!



Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana
 

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